Regisseurin Sara Ostertag im Gespräch
***sotto la versione in italiano***
Elisabeth Thaler: Was hat dich am Roman „Eva schläft“ gereizt und neugierig gemacht?
Sara Ostertag: Ich finde Stoffe, wo historische Sachverhalte anhand persönlicher Geschichten ausverhandelt werden, sehr interessant. Es entsteht dadurch Multiperspektivität und die Komplexität wird erfahrbarer. Die Frage – „woher kommst du“ – ist im Grunde nie simpel, egal welche Biografie ein Mensch trägt. Außerdem ist die „Südtirol-Frage“ ein „Konflikt“, der viele Fragen in sich trägt, die auch außerhalb Österreichs oder Italiens relevant sind. Fragen, die Familien und Generationen prägen. Allerdings ist es auch ein Thema, das vielen jungen Menschen in Österreich zumindest gar nicht bekannt ist, z.B. warum der Wiener Hauptbahnhof am Südtiroler Platz steht.
ET: Multidisziplinarität spielt in deinen Inszenierungen eine wesentliche Rolle. Mit welchen unterschiedlichen Elementen arbeitet ihr bei „Eva schläft“ und warum?
SO: Ich unterscheide nicht gerne zwischen Tanz, Theater, Musical, Musiktheater usw. Ich finde diese Kategorien sind eher interessant fürs Marketing, nicht aber für das Tun. Also für mich zumindest. Ich finde Musik und Bewegung drücken Dinge aus, die Sprache – egal welche – nicht fassen kann. Wenn es um das Sinnliche, das Unterbewusste, das Kreatürliche geht, da sind Worte oft zu arm oder zu platt. Darum verbinden wir diese Elemente.
ET: Der Roman wurde in italienischer Sprache geschrieben, spielt an einem Ort, wo Mehrsprachigkeit gelebt wird und wird mit einem mehrsprachigen Ensemble aufgeführt. Welche Rolle spielen die deutsche und italienische Sprache und wie setzt du sie in der Inszenierung ein?
SO: Alle Spieler:innen auf der Bühne sind mehrsprachig aufgewachsen und haben Biografien, die vom Leben und Verknüpfen unterschiedlicher Identitäten und Kulturen bedingt sind. Und darum geht es auch in dem Stoff. Alle Spieler:innen sprechen deutsch, Dialekt und italienisch, weil sie ständig die Rollen und Perspektiven wechseln. Mehrsprachigkeit ist eine Kapazität, auch wenn das oft sehr spezifisch und ausgrenzend verhandelt wird. Es gibt leider genug Elterns- oder Erstsprachen, die multilingualen Kindern z.B. nicht als Vorteil sondern als diskreditierendes Laster angerechnet werden.
ET: Evas Reise wird zu einer Reise in die Vergangenheit und in die Geschichte Südtirols. Wie schaffst du es, mit diesem Projekt aus der Historie ins Heute bzw. Morgen zu schauen?
SO: Wie gesagt die Geschichte und der Konflikt wirken weit über sich selbst hinaus. Die Frage von Heimat, Zu Hause, Zugehörigkeit und Identität sind zeitlos und momentan auch stark gesellschaftlich verhandelt. Außerdem geht es auch um den gefährlichen Umgang mit Nationalismen und Propaganda, all das sind sehr anwesende Themen.
ET: Was sind die Herausforderungen, die der Text und die Umsetzung im Theater an dich stellen?
SO: Es ist immer komplex, einen Roman zu dramatisieren – weil es im Endeffekt darum geht, nicht nur die Geschichte abzubilden sondern eine eigene Haltung und Sichtweise darauf zu formulieren. Es stecken aber große Freiheiten in diesem Prozess, die auch Entscheidungen verlangen, was man mitnimmt aus der Ursprungsstory und was nicht. Also man trennt sich bewusst von Elementen und verschafft anderen Platz. Es ist natürlich interessant, zu überlegen welche Teile machen in Italien mehr Sinn und welche in Österreich. In the End haben wir hier glaube ich zwei Stücke, denn die Inszenierung wird in Südtirol mit Sicherheit eine andere Wirkung haben als in Wien. Das ist sehr interessant.
ET: Vielen Dank für das Gespräch.
Il plurilinguismo è una capacità
La regista Sara Ostertag in conversazione
Elisabeth Thaler: Che cosa ti ha attirato e incuriosito del romanzo “Eva schläft”?
Sara Ostertag: Trovo molto interessanti i testi in cui questioni storiche vengono elaborate attraverso storie personali. In questo modo nasce una molteplicità di prospettive e la complessità diventa più concretamente percepibile. La domanda — “da dove vieni” — in fondo non è mai semplice, qualunque sia la biografia di una persona. Inoltre la “questione sudtirolese” è un “conflitto” che porta con sé molte domande rilevanti anche al di fuori dell’Austria o dell’Italia. Domande che plasmano famiglie e generazioni. Allo stesso tempo, è anche un tema che a molti giovani in Austria, perlomeno, non è affatto noto: per esempio, perché la stazione centrale di Vienna si trovi in Südtiroler Platz.
ET: La multidisciplinarità ha un ruolo essenziale nelle tue messe in scena. Con quali diversi elementi lavorate in “Eva schläft” e perché?
SO: Non amo distinguere tra danza, teatro, musical, teatro musicale e così via. Trovo che queste categorie siano interessanti soprattutto per il marketing, non per il fare. Almeno per me è così. Penso che la musica e il movimento esprimano cose che la lingua — qualunque lingua — non riesce ad afferrare. Quando si tratta del sensoriale, dell’inconscio, del creaturale, le parole sono spesso troppo povere o troppo piatte. Per questo mettiamo in relazione questi elementi.
ET: Il romanzo è stato scritto in lingua italiana, è ambientato in un luogo in cui il plurilinguismo è vissuto quotidianamente e viene portato in scena da un ensemble plurilingue. Quale ruolo hanno la lingua tedesca e quella italiana, e come le utilizzi nella messinscena?
SO: Tutte le interpreti e tutti gli interpreti in scena sono cresciuti in contesti plurilingui e hanno biografie segnate dal vivere e dall’intrecciare identità e culture diverse. Ed è proprio di questo che parla anche il testo. Tutte e tutti parlano tedesco, dialetto e italiano, perché cambiano continuamente ruolo e prospettiva. Il plurilinguismo è una capacità, anche se spesso viene trattato in modo molto specifico ed escludente. Purtroppo ci sono abbastanza lingue dei genitori, o prime lingue, che ai bambini multilingui non vengono riconosciute come un vantaggio, ma attribuite come un difetto screditante.
ET: Il viaggio di Eva diventa un viaggio nel passato e nella storia dell’Alto Adige. Come riesci, con questo progetto, a guardare dalla storia al presente, o meglio al domani?
SO: Come dicevo, la storia e il conflitto hanno un effetto che va ben oltre se stessi. Le questioni della patria, della casa, dell’appartenenza e dell’identità sono senza tempo e, in questo momento, sono anche fortemente discusse a livello sociale. Inoltre si tratta anche del rapporto pericoloso con i nazionalismi e con la propaganda: tutti temi molto presenti.
ET: Quali sono le sfide che il testo e la sua realizzazione teatrale ti pongono?
SO: È sempre complesso drammatizzare un romanzo, perché in fondo non si tratta soltanto di rappresentare la storia, ma di formulare una propria posizione e un proprio sguardo su di essa. In questo processo, però, ci sono grandi libertà, che richiedono anche decisioni su che cosa portare con sé dalla storia originaria e che cosa no. Ci si separa quindi consapevolmente da alcuni elementi e si fa spazio ad altri. Naturalmente è interessante riflettere su quali parti abbiano più senso in Italia e quali in Austria. In the end, credo che qui abbiamo due spettacoli, perché la messinscena avrà sicuramente un effetto diverso in Alto Adige rispetto a Vienna. Ed è molto interessante.
ET: Grazie mille per la conversazione.